3 cose che abbiamo imparato al Taste 2026

Sono stata invitata al Taste Firenze 2026 dai miei clienti Enoè e Tin Selection.
Per chi non lo conoscesse: è una tre giorni dedicata alle eccellenze food & beverage, nella città di Dante, con oltre 800 stand da tutta Italia.

Ora: da fuori potrebbe sembrare la classica fiera di settore.
Dentro, invece, è un bombardamento gentile di idee.

Perché non trovi solo “prodotti”. Trovi scelte, posizionamenti, tendenze.
E soprattutto trovi una cosa che nel 2026 fa paura a tutti: il coraggio di cambiare pelle.

Tra produttori di caffè e kombucha, maestri cioccolatieri, farine, riso (sì: gente che fa solo riso), e un universo intero di vino, in mezzo scorrono anche conferenze, incontri, e conversazioni rubate al volo.

Tipo quella che ho origliato durante una pausa “detox” dai milioni di input: due stranieri gasatissimi. Uno di loro era arrivato apposta da Israele per essere lì.
E lì capisci che non è “una fiera italiana”: è una vetrina globale del nostro modo di fare.

Domenica 8 febbraio mi sono fatta 8 ore di full immersion di italianità all’ennesima potenza e sono uscita con una certezza:
il vero valore di eventi così non è solo vedere/assaggiare. È rientrare a casa con una lettura del mondo.

Ecco le 3 lezioni che mi porto a casa

1) Il packaging non è più una scatola: è un “fermati qui”

C’è una stanchezza diffusa verso i soliti pack “classici” (che spesso classici non lo sono più).
Si sente una voglia chiara di colore, di rottura, di identità.

Perché oggi la sequenza è questa:
prima mi colpisci → poi forse ti assaggio → poi forse ti ricompro.

Il punto è semplice: nel 2026 un prodotto non compete solo con prodotti simili.
Compete con attenzione, tempo, scroll, saturazione.

E quindi sì: il packaging deve fare una cosa difficile: farsi scegliere prima di essere capito.
Serve coraggio anche lì.

2) Quando i costi salgono, vince chi cambia modello

In conferenza con Bottura, Romito e Alajmo non si parlava di ricette. Si parlava di sopravvivenza intelligente: come fai a reggere quando i costi salgono, la ristorazione è fragile e la qualità non la vuoi negoziare.

La risposta non è “lavoro di più”.
La risposta è: costruisco un sistema.

Produrre un prodotto, creare una linea, aprire un nuovo canale… non è tradire il ristorante. È fare una scelta lucida: creare un indotto che ti permette di restare fedele alla tua identità senza farti schiacciare dai numeri.

E questa cosa vale anche fuori dalla cucina:
vediamo sempre solo le vittorie degli altri, ma dietro spesso c’è la stessa verità per tutti: paura, pressione, rischio.

La differenza è che loro non aspettano “il momento perfetto”.
Fanno una cosa che oggi è rarissima: si prendono la responsabilità di crescere.

3) La cucina è come la comunicazione

Questo punto riprende un po’ il primo e il secondo: la difficoltà di far percepire la bontà di un prodotto prima che venga consumato.

E allora come si fa?
Si attira. Si racconta.
Con aneddoti, risultati, colori, frasi che restano in testa.

A volte funziona anche “troppo”: mi sono rimaste impresse cose che potrei raccontare solo come immagine.

Tipo:

  • una scritta dietro una maglietta che diceva (più o meno): “Segui la pecora, ma non seguire la massa” — non ho nemmeno assaggiato il prodotto, ma mi sono innamorata dello slogan. Geniale, no? Hanno usato un paradosso per posizionarsi.


  • delle caramelle al tartufo e miele con scatoline di latta bellissime: colori ispirati a fumetti e cartoni, non con personaggi, ma con simboli che richiamavano il prodotto. In quel caso ho assaggiato, ma sono rimasta innamorata soprattutto del packaging.


E qui la domanda è: è stata una vittoria?
Dipende. Magari compro una volta per la bellezza, ma non è detto che riacquisti. Però intanto il brand ha ottenuto una cosa fondamentale: mi ha conquistata al primo sguardo.

Bonus - L’AI accelera. Ma senza strategia ti porta più veloce… nella direzione sbagliata

Questa me la porto da un evento fuori dal Taste organizzato da Foketters.
Parlando con un ospite (anche espositore) siamo finiti su un tema che ormai è ovunque: AI.

Mi ha raccontato che la usa per velocizzare tutto: vita privata e lavoro.
Anche per le grafiche dietro lo stand: semplici, pulite, funzionavano.

Poi: “la uso anche per i social”.
Sono andata a curiosare e… sì: si vede quando il prompt non basta.

Perché il problema non è lo strumento.
È che manca:

  • una direzione,

  • un perché,

  • un metodo,

  • e la comprensione di come funzionano davvero le piattaforme (Meta, TikTok, X…).

E questa frase la sento spesso anche dai clienti:
“Prima facevo da solo e avevo risultati.”
Verissimo. A volte funziona. Magari 2-3 volte su 100.
Le altre 97 creano confusione, e ti convincono che “il digitale non va”.

Il digitale va.
È che senza strategia è come guidare veloce senza volante.

Alla fine, comunque, siamo sempre persone che cercano di raggiungere altre persone.
E non è forse questo il bello delle fiere e dei social?

Questo è quello che mi sono portata a casa per CAFFÈ LAB.
Per Enoè / Tin Selection, invece, il bagaglio è un altro… e merita un post a parte.

E voi? Siete tra quelli che guidano veloci o avete già impostato il navigatore della strategia? Parliamone nei commenti.